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ECODRO.TXT 


( 13 / 09 / 91 ) 

Economia della droga 


(da Senza Confine) 


COLOMBIA.ZIP 


( 14 / 08 / 92 ) 

Come nasce il Narcotraffico 










economia della droga e narcotraffico 


1 File : ECODRO.TXT 


ECONOMIA CRIMINALE DELLA DROGA, 
di AMATO LAMBERTI 

Pubblicato su A SINISTRA n. 2 di Marzo/Aprile 
1991 


La droga è una merce che viene prodotta, distri- 
buita e consumata. I tre momenti sono profonda- 
mente intrecciati tra di loro, come accade per 
tutte le merci, le forme di produzione determinano 
anche le forme della distribuzione, le quali, a loro 
volta, orientano, influenzano e, in qualche modo, 
determinano le forme del consumo. 

Produzione, distribuzione e consumo sono, inol- 
tre, per la droga come per ogni altra merce, sot- 
toposte a vincoli molto forti sia di carattere eco- 
nomico - le leggi del mercato - che di carattere 
legislativo - le leggi e la disciplina delle imprese e 
del commercio - quando di una merce, come la 
droga, è dichiarata illegale anche l'esistenza e, 
quindi, sono sanzionate sia la produzione che ia 
commercializzazione e il consumo, si introducono 
ulteriori vincoli che determinano le forme in cui la 
merce-droga sarà prodotta, distribuita e consu- 
mata. 

Quando - come è avvenuto in Italia e in altri 
paesi - ci si limita a depenalizzare il consumo 
individuale, non si introducono variazioni signifi- 
cative nel processo di diffusione della droga che, 
sostanzialmente, come tutte le merci, si regge 
sulla produzione e sulla distribuzione che insieme 
concorrono a definire le dimensioni dell'offerta, li 
consumo di droga, che tutt'insieme definisce le 
dimensioni della domanda, come per tutte le altre 
merci si regge su una richiesta collettiva da parte 
di target più o meno definiti e precisi di popola- 
zione. 

La richiesta è, individualmente, ma anche colletti- 
vamente, motivata come per tutte le altre merci 
dalla soddisfazione di un bisogno più o meno 
definito e precisato, più o meno "centrale" per 
l'individuo. 

Sono precisazioni abbastanza banali e scontate 
che fanno ormai parte del bagaglio culturale di 
massa, sono sapere collettivo condiviso in qual- 
siasi società con alti tassi di scolarizzazione e 
ampia diffusione di mezzi e strumenti di 
comunicazione di massa. Ma si è ritenuto oppor- 
tuno e necessario farle perché quando si parla di 
droga ci si dimentica quasi sempre che essa è 
anche una merce e che le forme del consumo 


sono in relazione - e non possono non esserlo - 
alle forme della commercializzazione, le quali, a 
loro volta, sono in relazione alle forme della pro- 
duzione. 

E inoltre si dimentica, che le forme della produ- 
zione, della distribuzione e del consumo dì droga 
hanno certe determinate caratteristiche anche 
come conseguenza dei vincoli economici e giuri- 
dici, primo fra tutti quella della condizione di 
illegalità totale. 

E' questa dimenticanza che impedisce a tutt'oggi 
di ragionare tenendo presente la globalità dei 
fenomeno, pur nelle sue diverse articolazioni, e 
favorisce, invece, la sua segmentazione in pro- 
blemi tenuti artificiosamente separati nel ragio- 
namento e nella progettazione degli interventi. 
Anche le sedi di discussione e gli organismi di 
intervento sono tenuti separati. A livello interna- 
zionale si discute e si elaborano piani di inter- 
vento sulla produzione e sui circuiti commerciali 
transnazionali, con la partecipazione di magistrati, 
servizi segreti, strutture di polizia specializzate 
nella lotta al traffico di stupefacenti. 

A livello nazionale, la competenza resta salda- 
mente nelle mani del Ministero degli Interni e di 
Grazia e Giustizia, la cui azione è sostanzial- 
mente limitata alla lotta al traffico di droga. Al 
massimo si attivano commissioni consultive, o 
Ministero degli Affari speciali, dove accanto a 
magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine 
vengono chiamti a partecipare funzionari del 
Ministero della Sanità e con una selezione asso- 
lutamente parziale, rappresentanti di organismi 
ed associazioni che lavorano nel campo del re- 
cupero dei tossicodipendenti. 

Tra i due livelli non c'è coordinamento ed inter- 
scambio reale, se non quello assicurato dalla 
presenza, preponderante in entrambi, dei 
rappresentanti di organi di controllo sociale. 

Il problema del consumo e delle sue forme di cir- 
colazione e distribuzione della droga, non è mai 
affrontato, perché sempre ridotto e limitato a 
quello degli effetti prodotti sul consumatore e alle 
forme di controllo e di assistenza da adottare. Se 
si vuole invece, affrontare il problema della droga 
nella sua globalità e tenendo presente tutte in- 
sieme le sue articolazioni, bisogna cominciare 
proprio dal consumo perché è sicuramente lo 
snodo centrale o, se si vuole, l'alimentatore 
dell'intero meccanismo. 

Nei confronti del consumo di droga 
l'atteggiamento prevalente è di tipo behaviouri- 
stico, in quanto, da un lato ci si limita ad osser- 
vare, più o meno superficialmente, il mercato (in 


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economia della droga e narcotraffico 


quanto non c'è alcuna attenzione alle sue 
dinamiche reali che non si limitano ai movimenti 
di uomini e di merci); dall'altro ci sono gli effetti 
prodotti al consumo, dove quasi sempre ci si li- 
mita al livello individuale ed a generiche osserva- 
zioni su quelli collettivi generazionali e su quelli 
sociali. In mezzo tra mercato ed effetti, come 
"scatola nera" (dove non è possibile penetrare e, 
quindi, è inutile ed improduttivo ogni sforzo) sta il 
consumo. Tutte le ricerche, tutti gli interventi, tutti 
i ragionamenti, si basano sul comportamento 
osservabile: quello che accade nella "scatola 
nera" poiché non è conoscibile non interessa. 
Naturalmente sul contenuto della "scatola nera" le 
presupposizioni si sprecano (dalla crisi di identità 
a quella dei valori; dalla conflittualità familiare alla 
parità dei sessi, al consumismo e via dicendo) 
ma, in realtà, l'accordo tacito è quello di non 
mettere in discussione il modello behaviouristico 
di interpretazione e, quindi, l'esistenza della 
"scatola nera". Proprio dal consumo, invece, bi- 
sognerebbe partire se si vogliono realmente dare 
risposte significative al problema, nel compito di 
renderlo socialmente non pericoloso; di togliergli 
quella carica di distruttività sociale e individuale di 
cui oggi è portatore, ma che non è detto gli ap- 
partenga. 

Il consumo di droga è il risultato - piaccia o non 
piaccia - di una domanda di droga che viene 
avanzata da quote non irrilevanti - ed anzi sem- 
pre crescenti - di popolazione, soprattutto giova- 
nile. Dietro questa domanda ci sono indubbia- 
mente dei bisogni - individuali e collettivi - che 
nella droga credono o sperano di trovare soddi- 
sfazione. Quali sono questi bisogni; quale parte 
occupano nel mondo vitale del soggetto indivi- 
duale; da quali meccanismi di interazione sociale 
sono attivati; come possono essere soddisfatti in 
altro modo che non sia il ricorso alle droghe; sono 
tutte domande alle quali non abbiamo risposte 
perché non si è mai studiato seriamente senza 
vincoli e presupposizioni ideologiche - il pro- 
blema del consumo di droghe. Non è questo il 
tema del mio intervento: mi limito, in questa sede, 
a mettere sul tappeto il problema. 

Il mio ragionamento, comunque, parte dal con- 
sumo in quanto, pur senza analizzarne struttura, 
ragioni individuali e cause sociali, non posso non 
affermare che la mia convinzione è che: il feno- 
meno droga nella società contemporanea esiste 
perché, quote consistenti della popolazione, 
fanno richiesta, domandano droga. Ma il feno- 
meno droga è diventato, si è trasformato in pro- 
blema droga, con tutta la sua carica ed il suo po- 


tenziale di ditruttività individuale e sociale - in 
conseguenza del modo in cui si è data - e si è 
voluto che fosse data - risposta a questa do- 
manda. Se la droga è oggi un problema di tale ri- 
levanza sociale, ma anche economica e politica 
per quasi tutti i paesi del mondo, la responsabilità 
ricade tutta sul modello di intervento adottato, 
vale a dire il proibizionismo. 

Cosa è successo; a tutti gli Stati, in presenza di 
una domanda sociale di droga - sociale perché 
proveniente da più individui di diversa estrazione 
e collocazione, spesso collegati solo da apparte- 
nenza generazionali - non hanno saputo dare al- 
tra risposta che la criminalizzazione più estesa e 
generalizzata, nella convinzione forse, che questo 
bastasse per cancellarne l'esistenza o per impe- 
dirne la riproduzione. 

Il risultato è stato invece solo quello della nascita 
e dello sviluppo del mercato criminale della droga. 
Una domanda sociale di droga - allarmante e di- 
scutibile quanto si voglia, ma che proprio per 
questo meritava una attenzione particolare a li- 
velli di discussione ed approfondimenti i più ampi 
possibili - è stata così disattesa e, anzi cri- 
minalizzata da tutti gli Stati e, nello stesso tempo 
consegnata nelle mani della criminalità organiz- 
zata di tutto il mondo. 

La domanda di droga nonostante la criminalizza- 
zione, è rimasta ed anzi è andata crescendo, sia 
pure diversamente in molti paesi: l'offerta, a 
causa del proibizionismo, è stata rapidamente 
monopolizzata da organizzazioni criminali sia già 
esistenti, come la mafia, sia di nuova costruzione, 
come quella dei narcotrafficanti centro e sud- 
americani, ma anche africani, turchi, afgani, lao- 
tiani, thailandesi. Il proibizionismo ha criminaliz- 
zato il consumo, ma non ne ha impedito né 
l'espansione, né la crescita: l'unica cosa che è 
cresciuta e si è sviluppata nel mondo in Europa e 
in Italia, in particolare, è la criminalità organizzata. 
Senza tema di smentita, si può affermare che la 
criminalizzazione della droga ha consentito il raf- 
forzamento della criminalità organizzata già esi- 
stente; la nascita di nuove organizzazioni criminali 
in tutte le parti del mondo e, soprattutto 
l'attivazione di un interscambio continuo e, la for- 
mazione di una rete mondiale di organizzazioni 
criminali tra loro collegate sia per quanto riguarda 
la produzione e la commercializzazione della 
droga, che per quanto riguarda altri traffici illegali, 
come quello delie armi ed anche il riciclaggio, sul 
piano del circuito finanziario internazionale, del 
denaro proveniente dalle attività criminali. 


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economia della droga e narcotraffico 


Il proibizionismo della droga ha creato la mafia 
internazionale e ne ha fatto una potenza econo- 
mica capace di influenzare gli andamenti di eco- 
nomie nazionali e gli scambi monetari interna- 
zionali. Il controllo dell'offerta da parte delle or- 
ganizzazioni criminali, ha progressivamente in- 
trodotto modificazioni sempre più vistose nel 
consumo di droga, né poteva essere altrimenti sia 
per le caratteristiche stesse della merce-droga 
che per la logica dell'intervento su questo mer- 
cato delle organizzazioni criminali. 

Quando il crimine organizzato ha incominciato ad 
impadronirsi della offerta di droga si può dire che 
in nessun paese le dimensioni della domanda 
fossero tanto ampie da giustificare elevati inve- 
stimenti di uomini e risorse economiche. Il con- 
sumo di droga riguardava sostanze a basso ren- 
dimento economico come la marijuana, di sintesi, 
come Lsd, e interessava fasce giovanili molto li- 
mitate che creavano situazioni di conflittualità so- 
ciale per ragioni ideologico-politiche non altri- 
menti, anzi estranee, al consumo di droga. Le 
organizzazioni criminali non potevano acconten- 
tarsi di soddisfare una domanda così "povera" e 
limitata, specialmente in una situazione di 
assoluto monopolio del mercato. 

Oltre ad incentivare la domanda di droghe leg- 
gere hanno differenziato l'offerta introducendo 
ingenti quantità sul mercato dell'eroina, che fino 
ad allora circolava in ridottissime quantità ed at- 
traverso canali di approvvigionamento individuale 
o di piccoli gruppi di consumatori. Una droga che 
probabilmente avrebbe continuato a circolare in 
piccola quantità all'interno di piccoli gruppi molto 
isolati tra loro, è stata resa disponibile a tutti ed in 
notevoli quantità soprattutto nelle metropoli o nei 
grandi centri urbani, con una vera e propria ope- 
razione commerciale in grande stile. Proprio 
perché non c'era ancora una massa consistente 
di consumatori abituali, le organizzazioni criminali 
hanno dovuto fare ricorso a vere e proprie cam- 
pagne promozionali che prevedevano la distribu- 
zione gratuita del prodotto e il counseling all'uso 
più efficace. 

Ilconsumo di eroina non si sarebbe però potuto 
diffondere così rapidamente se le organizzazioni 
criminali non avessero organizzato la commercia- 
lizzazione del prodotto sfruttando cinicamente la 
stessa sua caratteristica principale - quella che 
ne faceva una merce privilegiata per un investi- 
mento a lungo termine: vale a dire alla capacità di 
creare una dipendenza spesso totale nei soggetti 
consumatori: i tossicodipendenti. 


Il tossicodipendente è una creatura nuova, creato 
prima che dalla eroina, dalla criminalità organiz- 
zata e creato con freddo calcolo e piena cogni- 
zione di causa. Al tossicodipendente è, infatti, af- 
fidata prima ancora della commercializzazione, il 
proselitismo, l'allargamento della base dei con- 
sumatori. 

Prima o poi molti consumatori abituali di eroina, 
non possono fare a meno di idventare anche 
spacciatori per procurarsi la droga di cui hanno 
bisogno o credono di avere bisogno. Per le orga- 
nizzazioni criminali è una soluzione ottimale al 
problema della distribuzione capillare e, contem- 
poraneamente, a quello della continua incentiva- 
zione al consumo. Non hanno nemmeno bisogno 
di darsi una organizzazione troppo numerosa che 
si renderebbe immediatamente visibile e scari- 
cano, così sui tossicodipendenti-spacciatori an- 
che quasi tutti i rischi concernenti l'attività di 
spaccio. Gli arresti nel 95% dei casi, in Italia, ri- 
guardano spacciatori-tossicodipendenti che, 
generalmente, non fanno parte delle organizza- 
zioni criminali. 

Mentre alcuni consumatori di droga sono costretti 
a diventare spacciatori, tutti gli altri, o quasi, sono 
costretti, dalla necessità di procurarsi il danaro 
per l'acquisto della droga, a diventare delinquenti 
o a prostituirsi. 

L'effetto forse più disastroso del proibizionismo, 
almeno sul piano della ricaduta individuale, è la 
trasformazione del consumatore di droga in 
delinquente, quando non in criminale. 

In pratica l'esperienza della droga, per ragioni che 
hanno solo a che fare con le condizioni di illega- 
lità dell'approviggionamento, si trasforma, per la 
maggioranza dei soggetti, in un percorso obbli- 
gato verso una scelta di vita deviante e spesso 
criminale. 

In una situazione di questo tipo, molti discorsi sul 
recupero dei tossicodipendenti rischiano di appa- 
rire retorici perché, in molti casi, il problema vero 
è quello dell'impossibile recupero del criminale, 
specialmente quando è già stato sanzionato dalla 
società e dal carcere. Recupero impossibile non 
per ragioni soggettive, ma per le ragioni oggettive 
che la condanna penale determina. 

Il reinserimento di questi soggetti non potrà mai 
effettuarsi a pieno titolo anche laddove il reato sia 
stato depenalizzato. 

Questo per quanto riguarda gli esiti perversi che il 
proibizionismo della droga genera a livello di sog- 
getti solo relativamente al mercato dell'eroina. 

Ma la consegna dell'intero mercato della droga 
alle organizzazioni criminali ha come sua con- 


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economia della droga e narcotraffico 


seguenza più immediata e diretta un allarga- 
mento potenziale dell'area del consumo che è 
praticamente senza limiti. 

Dopo avere aggredito con l'eroina l'area del con- 
sumo giovanile, le organizzazioni criminali, nel 
momento in cui il mercato registrava segnali di 
cedimento e di abbandono di interessi, hanno 
ulteriormente differenziato l'offerta, immettendo 
sul mercato mondiale quantità sempre più ingenti 
di cocaina. Anche in questo caso una droga, il cui 
consumo per molti decenni è stato limitato, per 
ragioni di costo e di approvvigionamento, a quote 
molto limitate di popolazioni, viene trasformata in 
un prodotto di massa dalla criminalità organiz- 
zata. 

La commercializzazione in grandi quantità, e su 
tutto il mercato, della cocaina è anzi l'esempio più 
visotso e chiaro delle conseguenze prodotte dal 
proibizionismo e dalla conseguente gestione mo- 
nopolistica del mercato della droga da parte delie 
organizzazioni criminali. Con l'introduzione sul 
mercato della cocaina, la mafia internazionale 
realizza una enorme espansione del consumo 
potenziale di droga, poiché la cocaina, per le sue 
stesse caratteristiche, non si rivolge solo ad 
un'utenza particolare - come quella giovanile per 
l'eroina - ma a tutti i soggetti sia giovani che 
adulti. 

La diffusione della cocaina è inoltre facilitata dal 
almeno due fattori: un basso livello di allarme so- 
ciale - e, inizialmente, anche molta incertezza - 
verso una droga attornoa alla quale si è creata 
una letteratura sostanzialmente favorevole e co- 
munque non demonizzante, soprattutto per 
l'assenza di una dipendenza psicologica; la na- 
tura degli effetti dell'assunzione di cocaina stimo- 
lano alcune forme di produttività e, comunque, 
non tagliano fuori l'individuo dalle relazioni sociali. 
Con la cocaina, inoltre, le organizzazioni criminali 
forniscono una risposta preconfezionata a bisogni 
sempre più diffusi di stimolazione delle capacità 
sensoriali, percettive e reattive, come pure ad 
esigenze di incremento della immaginazione e 
della produttività. Al di là del fatto se questi effetti 
attribuiti al consumo di cocaina siano o meno re- 
ali, il dato importante è che le organizzazioni cri- 
minali possono gestire il mercato delle droghe a 
proprio piacimento, modificando e differenziando 
l'offerta sulla base delle esigenze e dei bisogni 
che maturano nei diversi segmenti della sociatà 
anche favorendo la diffusione al livello di massa 
di consumi di droga limitati a piccoli gruppi, anche 
marginali. 


In pratica le organizzazioni criminali gestiscono il 
mercato delle droghe secondo un modello molto 
simile a quello delle multinazionali della moda 
giovanile che ripropongono su scala mondiale 
forme di abbigliamento e capi di vestiario il cui 
uso si è fortunatamente socializzato in gruppi più 
o meno vasti di giovani in un paese. 

Oltre a queste operazioni, di allargamento del 
mercato già esistente e di apertura di nuovi mer- 
cati, le organizzazioni criminali non si limitano a 
gestire la domanda di droghe, ma la incentivano e 
la forzano con una organizzazione capillare della 
distribuzione che si sostiene tutta nell'attività del 
tossicodipendente-spacciatore per l'eroina e del 
consumatore-spacciatore per la cocaina. 

La diffusione del consumo di sostanze stupefa- 
centi, nelle dimensioni che ha oggi raggiunto 
drammaticamente in molti paesi, ed in particolare 
in italia, non può perciò essere addebitata, come 
pur si continua a fare a malessere individuale e/o 
sociale, ma deve essere totalmente ascritta alle 
organizzazioni criminali e alla legislazione proibi- 
zionista che ne sostiene l'esistenza. 

E' scorretto porre il problema della legislazione 
nei termini in cui viene normalmente posto, pa- 
ventando il pericolo di una esplosione della do- 
manda di droga. Oggi la domanda di droga è 
drogata e gonfiata dalle modalità di distribuzione 
e proselitismo messe in opera dalle organizza- 
zioni criminali. La diffusione del consumo si lega, 
inoltre, anche all'allargamento continuo del mer- 
cato in termini territoriali che il modello organizza- 
tivo presuppone e stimola: i nuovi spacciatori 
debbono cercarsi spazi non coperti da altri e 
chiunque voglia procurarsi danaro rapidamente 
sa che può farlo attraverso lo spaccio di droga. In 
Campania e nel Mezzogiorno d'Italia questo 
modello organizzativo sta portando ad un allar- 
gamento del mercato e ad una penetrazione della 
droga fin nei più piccoli e sperduti paesi 
dell'entroterra. Tutte le ricerche da noi effettuate 
dimostrano che anche in contesti sociali e territo- 
riali dove era completamente assente ogni forma 
di consumo di droghe, nel momento in cui si apre 
un punti di vendita - quasi sempre nella persona 
di un tossicodipendente-spacciatore anche da 
parte di persone e nuclei familiari non cosnuma- 
tori inizia un processo inarrestabile di diffuzione 
per contatto del consumo. Quando questo vendita 
viene chiuso - anche indipendentemente da una 
azione di polizia - il consumo, in quel contesto, 
rapidamente decresce per risalire non appena lo 
spaccio si riapre. 


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economia della droga e narcotraffico 


In pratica è sempre la disponibilità dell'offerta che 
insieme agli interventi per creare e sollecitare la 
domanda realizzata dalle organizzazioni criminali 
produce una diffusione del consumo di sostanze 
stupefacenti. Questi interventi di appoggio alla 
diffusione della droga realizzati attraverso l'opera 
dei tossicodipendenti-spacciatori, sono molto più 
sofisticati di quanto, in genere, si sia portati a 
pensare. In Campania, ma anche in altre regioni 
d'Italiam, le organizzazioni criminali, hanno inve- 
stito il danaro ricavato dallo spaccio di droga, in 
discoteche, anche di mega-dimensioni, night- 
club, ed altri luoghi di aggregazione giovanile per 
crearsi le condizioni più favorevoli alla diffusione 
del consumo di droga, e nello stesso tempo, rea- 
lizzare investimenti economici. In molti casi 
l'apertura di una discoteca è il segnale 
dell'awenuto consolidamento sul territorio del 
consumo di droghe ed il passaggio ad una ge- 
stione "industriale" dello spaccio. 

Gli esempi concreti sono troppo numerosi per po- 
terli esibire. Tutti dimostrano però che, della diffu- 
sione del consumo di droga, non sono responsa- 
bili i fattori individuali e sociali, quanto le opera- 
zioni di commercializzazione delle droghe pen- 
sate, organizzate e realizzate dalle organizzazioni 
criminali operanti su un territorio, a loro volta col- 
legate, più o meno direttamente, con la mafia in- 
ternazionale della droga, sotto l'ombrello protet- 
tivo del proibizionismo. E' il proibizionismo che 
consegna alle organizzazioni criminali sia il mo- 
nopolio che il controllo e la direzione delle dina- 
miche espansive del mercato delle droghe nel 
mondo. 


2 File : COLOMBIA.ZIP 


COME NASCE IL NARCOTRAFFICO. 

UNA STORIA ESEMPLARE: LA COLOMBIA. 


Il 19 Giugno 1991, Pablo Escobar, considerato il 
capo del "Cartello di Medellin", si consegna alla 
giustizia colombiana dopo aver ricevuto ampie 
garanzie di impunita'. Si e' detto che un duro 
colpo, forse quello decisivo era stato inferto al 
traffico di cocaina. Ma basta dare un'occhiata alle 
statistiche, anche qui in Italia, sul consumo pre- 
sunto e sui sequestri di cocaina per rendersi 
conto che la realta' e 1 ben diversa. 

In questi ultimi anni le pagine di giornali e riviste, i 
servizi televisivi, si sono riempiti di notizie sulla 
lotta al narcotraffico in Colombia. Sono cosi' di- 
ventati famose le tre grandi famiglie mafiose che 
gestiscono la commercializzazione della cocaina 
in Colombia: Il Cartello di Medellin, quello di 
Bogota' e quello di Cali. Questo affluire di notizie 
nel Nord opulento del mondo, cioè' nel mercato 
del "prodotto cocaina", e' tutto teso a dimostrare 
che e' tutta una storia di "buoni" e "cattivi", dove i 
"buoni" sono lo Stato colombiano e 
l'amministrazione americana prima di Reagan e 
poi di Bush con il suo esercito e i suoi servizi se- 
greti antidroga, i'ONU e i suoi piani antidroga, e i 
"cattivi" sono i coltivatori di cocaina e chi la com- 
mercializza in Colombia. 

Viene spontanea una riflessione. Con tutti i mezzi 
a disposizione dei "buoni" e' mai possibile che 
non siano ancora riusciti a vincere i "cattivi"? 

La Colombia e' infatti un tipico paese del Sud del 
mondo supersfruttato dai padroni dell'"occidente 
capitalistico", le grandi multinazionali: il prodotto 
nazionale lordo per abitante, nel 1983 era di 1220 
$ per abitante, ma il salario medio per abitante 
ammonta a 160 $ mensili, il salario minimo e'di 
90.000 lire, ma almeno il 20 % della popolazione 
percepisce molto meno, questo nonostante che la 
Colombia sia per l'85 % autosufficente per i pro- 
dotti petroliferi e che esporti caffè', cotone e ta- 
bacco, ma anche smeraldi e petrolio. Nel 1980 la 
Colombia aveva circa 30 milioni di abitanti, ma 10 
anni dopo erano meno di 27, questo sia perche' vi 
e' un forte flusso migratorio verso gli USA e il 
Venezuela, sia perche' morire ammazzati e' di- 
ventato sempre piu' frequente, solo gli omicidi le- 
gati al narcotraffico ammontano a quasi 20.000 
ogni anno. 57 bambini su 1000 nati muoiono di 
denutrizione e diarrea prima di compiere un anno 


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economia della droga e narcotraffico 


di vita. Il tasso di analfabetismo e' del 35 % e solo 
l'I % della popolazione ha accesso all'università'. 
Da piu' di 40 anni, varie organizzazioni, di diversa 
estrazione politica hanno scelto la strada della 
guerriglia, come unica possibile per portare avanti 
delle rivendicazioni politiche e sociali. Lo stato 
d'assedio, che revoca le piu' elementari liberta' 
politiche e sociali e' rimasto in vigore quasi 
ininterrottamente dalla fine della seconda guerra 
mondiale e solo a luglio di quest'anno con la pro- 
mulgazione della nuova costituzione e' stato tolto, 
ma non e' detto che duri molto. L'astensione del 
volto, nelle cosiddete “libere elezioni" tocca in 
genere il 70 %, ma la meta' del rimanente 30 % 
sono palesemente voti comprati. 

La Colombia poi, non e' mai stata e non lo e' tut- 
tora una grande produttrice di coca, ne' lo po- 
trebbe essere perche' il terreno non e' adatto alla 
coltivazione e la pianta cresce male e con uno 
scarsissimo contenuto di alcaloidi. Infatti solo in 
particolari e ristrette zone i contadini indios usano 
masticare foglie di coca per combattere la fatica e 
la fame. Anche oggi in Colombia piu' che essere 
prodotta localmente viene commercializzata la 
cocaina estratta dalla coca prodotta in altri paesi 
latinoamericani. 

Ma perche' allora in Colombia si inizia a raffinare 
e vendere la cocaina? 

La storia inizia negli anni '60 e chi ha tentato di 
raccontarla ha in genere fatto una brutta fine, 
come e' successo a Juan Gabriel Caro Montoya, 
giornalista colombiano che viveva in Italia. Nel 
1989 pubblica su "Latinoamerica", una piccola ri- 
vista, un lungo articolo che analizza la situazione 
colombiana sotto lo pseudonimo di Annette Van 
Verhigen. A luglio dello stesso anno scrive alla 
sua compagna: "Sono in percolo... hanno saputo 
deH'articolo sulla Colombia e i mafiosi vogliono 
farmi le scarpe." Il 16 agosto Gabriel Montoya 
muore in un bar falciato da una raffica di mitra. 
Riportiamo alcuni stralci di quell'articolo, poi 
ripubblicato da "Avvenimenti", che spiega come i 
mafiosi di Medellin, Cali e Bogota' iniziano la loro 
remunerativa attività' e come coloro che ci ven- 
gono fatti apparire come i "buoni", in realta' sono 
ben peggiori dei "cattivi". 

- Il connubio fra narcotrafficanti e governo e' co- 
minciato alla fine degli anni '70 - inizio anni '80. A 
quell'epoca, la marijuana colombiana, specie 
quella della zona di Santa Marta - chiamata ap- 
punto "Gold Santa Marta" - era considerata la 
migliore d'America. La contrabbandavano una 
tribù' di indios guajiros e la meta' del mondo poli- 


tico liberale e conservatore di Santa Marta e di 
Barranquilla, governatori e sindaci compresi. 
Comunque non spetta ai colombiani la 
responsabilità' d'aver dato inizio al traffico di 
droga: sono stati i nordamericani a venirsela a 
cercare, perche' la marijuana qui e' una pianta 
spontanea. Prima sono arrivati i piloti, reduci dal 
Vietnam, e poi anche i colonnelli della base del 
Canale di Panama, con aerei speciali. E gli indios 
guajiros hanno imbarcato migliaia di tonnellate di 
"Gold Santa Marta" su navi e aerei diretti negli 
USA 

- La prosperità' marijuanera - o marimbera, come 
la si chiama qui - e' durata poco. 
Improvvisamente il governo colombiano, tramite il 
ministro della giustizia Parejo Gonzales ha rice- 
vuto centinaia di tonnellate di diossina, glifosfati 
ecc. con cui poi elicotteri nordamericani hanno 
"bombardato" tutte le colyivazioni "d'erba" del 
paese: dalla Sierra Nevada a Santa Marta del 
Sud. Ne sono state distrutte agricoltura e terra, 
mentre centinaia di indios sono morti contaminati. 
Ma il danno non s'e' fermato li' perche' a Santa 
Marta sono già' nati 10 bambini privi di cervello, 
con la spina dorsale bifida, concepiti e nati nelle 
zone bombardate; e la stessa cosa accade nel 
Sud del paese, nel Caqueta' e nel Cauca. 

Il risultato e' stata la fine della mafia della ma- 
rijuana, ma stranamente la marijuana e' diventata 
la seconda coltivazione degli Stati Uniti. La qua- 
lità' e' la stessa, perche' ne sono stati esportati 
foglia e seme; e ora la si coltiva in California, 
nell'Oregon e - in genere - in tutto il Sud del 
Nord America. La marijuana ha cosi' risolto la crisi 
dei farmer, colpiti duramente dalla caduta del 
prezzo del mais e del grano; inoltre gli statuni- 
tensi, commercianti accorti, hanno inventato la 
birra di marijuana che ora arriva di contrabbando 
in Colombia. La marijuana USA si chiama "senza 
seme" e procura agli Stati Uniti un introito annuo 
di 18 miliardi di dollari. Nella catena di bar 
"Bulldog" che in Olanda commercia liberamente 
la marijuana, si vende in particolare proprio la 
"senza seme" e negli Stati Uniti dove circolano 
perfino carte di credito riservate all'acquisto 
deH'"erba", nei negozi che vendono la "senza 
seme si proiettano videocassette in cui si vedono 
gli elicotteri bombardare di diossina e glifosfati le 
coltivazioni della "Gold Santa Marta". 

Che ora e' rimasta poca e che nessuno compra 
piu' perche' contaminata. Quella che era la 
"regina" della marijuana e' diventata cosi' spaz- 
zatura, non solo negli Stati Uniti ma anche in 
Europa. 


6 



economìa della droga e narcotraffico 


Il pretesto cui gli USA sono ricorsi per distruggere 
la “Gold Santa Marta" e' stato che la sua coltiva- 
zione era nelle mani della "narcoguerriglia" e che 
pertanto, essa serviva ai “comunisti" colombiani 
per finanziare la rivoluzione. In realta' e' servita a 
conservatori e liberali, cioè' ai nemici della guerri- 
glia. Finita la prosperità' marijuanera, e' comin- 
ciato, qualche anno piu' tardi, il commercio della 
coca. La si produce in Bolivia e in Perù'. Gli indios 
la usano dai tempi degli Incas per placare la fame 
e cancellare la stanchezza, come thè, per indo- 
vinare la sorte, ed e' la base millenaria di tutta la 
medicina indigena delle Ande e della selva 
amazzonica. I mafiosi colombiani hanno comin- 
ciato a raffinarla in Colombia. - 

Dunque le famiglie mafiose di narcotrafficanti 
hanno il loro battesimo, quando la vendita della 
marijuana, che in Colombia cresceva spontanea- 
mente, diventa un "grosso business" .(dopo che 
gli ufficiali USA l'hanno "valorizzata") che non 
può' essere lasciato nelle mani degli indios 
guajiros. Poi l'affare diventa cosi' grosso che gli 
Stati Uniti decidono di distruggere una volta per 
sempre, quelle che nel frattempo erano diventate 
grandi coltivazioni, con il loro solito stile, senza 
curarsi della sorte delle popolazioni locali e 
dell'ambiente in cui vivono, e gestiscono in pro- 
prio l'intero ciclo produttivo e distributivo che or- 
mai ammonta a decine di miliardi di dollari, questo 
nonostante le crociate di Bush contro la droga. 
Vero e' che la marijuana non ha gli effetti deva- 
stanti delle droghe pesanti, ma definire ipocrita e 
genocida tale comportamento e' fare un compli- 
mento alle multinazionali agricole occidentali, 
prime responsabili di questa storia. Pochi sanno 
infatti che in USA in 48 Stati, di cui in 1 1 legal- 
mente, si coltiva marijuana e che nel 1984 la 
produzione raggiunse i 16.000 milioni di dollari e 
nel 1985 i 18.600. 

Poi, come abbiamo visto, i neonati mafiosi 
colombiani si riciclano e costituiscono i famosi 
Cartelli di Medellin, Cali e Bogota' per raffinare e 
vendere la coca. Il mercato tira, il Congresso degli 
Stati Uniti calcola che la vendita di droghe negli 
Stati Uniti ha totalizzato nel 1987, 75 miliardi di 
dollari. Solo in Florida i depositi bancari derivanti 
dal narcotraffico ammontano a 80 miliardi di dol- 
lari. I narcotrafficanti iniziano un proficuo rapporto 
di collaborazione con la CIA, vendendo marijuana 
e cocaina ad alcuni ufficiali corrotti cubani nel 
tentativo di incastrare Fidel Castro come narco- 
trafficante, cosi' come poi sono riusciti a fare con 
Noriega a Panama e rimandare cosi' la restitu- 


zione del Canale ai panamensi (vedi processo al 
generale Ochoa e ad altri ufficiali cubani nel luglio 
'89). 

Contemporaneamente le multinazionali chimiche, 
come le statunitensi Kodak e Parke-Davis, in- 
sieme alle loro consociate europee, incrementano 
i loro profitti fornendo tonnellate di prodotti ai vari 
Escobar, Gacha, Ledher, che li utilizzano per 
estrarre e raffinare la cocaina. 

Poi pero' i narcotrafficanti colombiani sono diven- 
tati troppo potenti, hanno iniziato ad investire ne- 
gli Stati Uniti, hanno preso contatti con i fuoriusciti 
cubani negli USA, che formano piccole cosche 
mafiose, ponendo in pericolo lo strapotere di 
"Cosa Nostra", della "Triade" o di altre grosse fa- 
miglie mafiose USA, perfettamente integrate 
nell'economia statunitente. Il nascere di centri di 
potere mafioso non perfettamente controllabili in 
territorio USA, non deve essere piaciuto prima 
aH'amministrazione Reagan, poi a quella di Bush. 
Allora i narcotrafficanti colombiani sono diventati 
un nemico da battere ed e' stata intensificata la 
"guerra al narcotraffico", non per fare, almeno per 
il momento, come nel caso della "Gold Santa 
Marta", ma giusto per dare una tirata d'orecchi ai 
vari Escobar & C. 

Concludendo la cocaina come l'eroina e' una 
"super merce", perche' viene volutamente mante- 
nuta nella illegalita' e perche' da' la sensazione di 
"star bene", anche se solo per poche ore - cosa 
sempre piu' difficile in questa società' - e quindi 
permette margini di guadagno enormi. E', pur- 
troppo, ovvio che in una società' in cui i massimi 
valori sono la ricchezza e il profitto, per la cocaina 
e l'eroina si uccide e si sfrutta piu' che per le altre 
merci, 

Solo una cultura Iella liberazione che faccia cre- 
scere una battaglia perche' tali sostanze vengano 
svincolate dalla logica tremenda, perfida e cinica 
del mercato capitalistico può' evitare che storie 
simili si ripetano. 


a cura di 


ecn milano 


F.i.P. MI Leoncavallo 22- 13/10/1992 


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IL PROIBIZIONISMO 


I governi della destra sociale 
hanno imposto in questi anni 
provvedimenti criminali in materia 
di stupefacenti. 

La legge oggi in vigore, la 
Russo Jervoìino, e’ inutile e 
dannosa. Punisce il consumo, 
mistifica la natura delle sostanze, 
spalanca le porte delle carceri a 
migliaia di tossicoipendenti. 
Questa legge e’ un errore tragico 
in linea con le altre scelte, 
egualmente nefaste, in materia di 
sanità’, pensioni, lavoro. 

II 18 ottobre 1992 sono trascorsi 
17 anni dall’ occupazione del 
Centro Sociale Leoncavallo: una 
storia fatta di un lavoro 
quotidiano per costruire e 
praticare un progetto di 
trasformazione sociale. 

Forte delle sue lotte e dei suoi 
morti, della continua opposizione 
all’eroina, ma anche di una 
profonda coscienza 
antiproibizionista, il Centro 
Sociale Leoncavallo aderisce al 
presidio che si svolgerà’ in 
Piazza Argentina dalle ore 12 alle 
22 di sabato 17 ottobre 1992. 



CENTRO SOCIALE LEONCAVALLO 


F.I.P. MI Leoncavallo 22 - 13/10/92